• Matteo Limiti

CHE COSA CI FA CAMBIARE IN UNA PSICOTERAPIA?

Che cosa contribuisca a determinare il cambiamento che vediamo in una psicoterapia rimane una domanda tuttora complessa, la cui risposta appare oggi ben articolata ma necessariamente ancora parziale. E’ bene innanzi tutto premettere che gli eventuali effetti benefici di un percorso psicoterapico si intrecciano con tantissime altre variabili tra le quali, naturalmente, il caso. Le diverse esperienze che sopravvengono fuori dalla stanza di terapia possono a loro volta facilitare il cambiamento in atto oppure, al contrario, ostacolarlo. Se stessi faticosamente combattendo la depressione e, poco dopo l’inizio del percorso, mi venisse diagnosticata una grave malattia organica…beh in quel caso le vicende extra-terapeutiche non mi aiuterebbero affatto. È pur vero che la terapia, tra le altre cose, insegna anche a reagire in modo diverso all’esistenza e alle sue avversità ma riconoscere che sia sempre e solo questione di scelta, o di impegno, è davvero esagerato. Il caso gioca allora un ruolo sicuramente importante. Ecco perché, in un’altra situazione esemplificativa, potrebbe non essere facile capire quanto la remissione parziale di una sintomatologia ansioso-depressiva sia ascrivibile alla terapia in atto e quanto invece ad una nuova, inattesa, assunzione lavorativa.

Esiste poi anche il ben noto fenomeno della guarigione spontanea, ampliamente suffragato da numerosi studi epidemiologici. Mai sentito, ad esempio, di fumatori accaniti che, senza aiuto professionale, hanno smesso? La vita, insomma, può contribuire a cambiarci (talvolta in negativo, talaltra per fortuna in positivo) e può farlo in modo graduale o in seguito ad eventi marcatamente significativi che finiscono per lasciare il segno. Questa moltitudine di variabili complica naturalmente la possibilità di discernere in modo oggettivo ed inequivocabile le responsabilità di una terapia nel facilitare o meno il cambiamento auspicato. Se poi ci mettessimo dentro anche l’Effetto Placebo, chiedersi se una psicoterapia funziona per il suo “principio attivo” oppure per un mero autoconvincimento sarebbe ancora più difficile.



Quel che è certo ed empiricamente provato, tuttavia, è che la psicoterapia è efficace. Psicologi e psicoterapeuti non si sono allora dati per vinti e da molti anni un filone di ricerche si interroga proprio su quali fattori contribuiscano maggiormente all’esito di un trattamento psicoterapeutico. Come già ho accennato in questo articolo, è stato dimostrato che i fattori aspecifici (così chiamati perché indipendenti dal modello psicoterapico di riferimento: relazione terapeutica, personalità del terapeuta, ecc.) sono più importanti di quelli specifici (metodi e tecniche propri dell’approccio terapeutico al quale ci si è formati) nel determinare l’esito, positivo o negativo, di una psicoterapia.

Tale scoperta esplicita, tra le tante, qualcosa che chiunque abbia fatto una psicoterapia da una parte o dall’altra della stanza molto probabilmente confermerebbe: non si può raggiungere alcun risultato soddisfacente senza prima un rapporto di fiducia. Il medesimo intervento clinico rivolto ad un paziente che ancora non si fida del suo terapeuta potrebbe essere irrilevante o percepito addirittura come una critica laddove, con uno sfondo relazionale forte, avrebbe invece un indubbio valore terapeutico. Insomma, è questa la “magia” della psicoterapia: se io mi fido di te permetto alle tue parole di avere un peso nella mia vita. Questa affermazione implica naturalmente competenza, etica e responsabilità da parte del terapeuta che si costruiscono anche grazie ad un lungo iter formativo e professionale e con l’ausilio costante delle supervisioni. Ricordare che la qualità dell’alleanza terapeutica, come più tecnicamente si chiama, è un fattore altamente predittivo del successo di una terapia è davvero essenziale. Spesso infatti si tende a sovrastimare l’importanza degli aspetti intellettuali e conoscitivi: eppure non basta che il terapeuta sia intelligente, colto e preparato, capisca come funziona quel paziente e glielo rimandi puntualmente, ecc. Queste caratteristiche, per quanto rilevanti, da sole non sono sufficienti. Al terapeuta è chiesto di creare quell’atmosfera particolare tra sé ed il suo paziente tale da permettere al processo terapeutico di dipanarsi efficacemente. Credo che questa capacità sia quanto di più vicino alla psicoterapia come arte, modellabile dal singolo terapeuta con la creatività di un artista, pur rimanendo naturalmente all’interno di confini teorico-scientifici, clinici ed etico-normativi.


Queste premesse relazionali sono allora fondamentali per un efficace lavoro terapeutico. Ma non basta costruire una buona relazione con il paziente se noi terapeuti non utilizziamo poi questa opportunità in modo evolutivo (tenendo conto però del paziente, delle sue possibilità e aspirazioni, non della nostra idea di ciò che sarebbe evolutivo per lui) ma contribuiamo a far sì che tutto resti com’è.

Una terapia si compone perciò anche di parole e comunicazione non verbale, tecniche ed interventi terapeutici utili a contribuire al cambiamento auspicato. Numerosi sono dunque gli ingredienti dei quali necessita ed il dosaggio è sempre diverso in ogni situazione: questa è la complessità di un lavoro nel quale non è mai possibile eseguire operazioni in serie (questo paziente lo curo come l’altro perché entrambi hanno lo stesso disturbo) ma è tutto cucito, con taglio sartoriale, sull’unicità della persona. Con ciò non voglio affatto affermare che non ci siano guide o indicazioni da seguire ma queste non esauriranno le infinite possibilità esistenziali che ad uno psicoterapeuta è dato incontrare e che lo obbligheranno sempre a cercare nuove strade…pur con la bussola a portata di mano.


Insomma, per concludere, una buona psicoterapia è quella in cui il paziente capisce nuove cose di sé, sperimenta nuove parti di sé e del suo stare in relazione, legittima alcuni aspetti di sé prima negati o svalutati, conferma alcune cose di sé delle quali dubitava, ecc. Perché tutto ciò avvenga è necessaria però una relazione libera e solida che permetta un tal lavoro di fiducia, apertura ed esplorazione.


Questa è allora la “magia” del cambiamento in psicoterapia: a metà tra arte e scienza, frutto di una lunga preparazione teorica, clinica e personale da parte del terapeuta al quale sono richieste anche flessibilità, creatività e improvvisazione. Un lavoro che implica la conoscenza approfondita di un “territorio” ma anche la meraviglia per quanto di nuovo vi si potrà ancora scoprire.

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