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  • Immagine del redattoreMatteo Limiti

SE L'E' PROPRIO CERCATA!

“Se l’è proprio cercata!” è il modo con il quale ridimensioniamo l’entità di un danno ricevuto da qualcuno focalizzandoci anche o soprattutto sulle sue responsabilità. Dire che qualcuno se l’è cercata, infatti, significa riaffermare sempre e comunque la possibilità di controllo sulla propria vita ed il proprio destino: “Se avesse voluto, avrebbe potuto evitarlo!”.



Come psicologi, lo sappiamo bene: nel coacervo intricato delle relazioni umane i ruoli di vittima e di colpevole sono talvolta sfumati e non sempre di facile definizione. Talaltra sono invece più netti e un meccanismo di questo tipo può risultare estremamente manipolatorio. Vediamo alcuni esempi.


· Perché ormai non sei più un ragazzino, alla tua età dovresti stare tranquillo a casa…

· Perché se fai questi sport estremi, devi metterlo in conto…


In questi casi l’assenza di un comportamento ragionevole e prudente è intesa come una colpa che merita una punizione. Questa visione ha un difetto originario: incriminare la ricerca della vitalità e della felicità se non rispetta canoni predefiniti di equilibrio e moderazione. L’idea è quella puritana dell’accontentarsi a tutti i costi, del piacere come colpa, del limite che non può essere valicato, del buonsenso (a senso unico) come sola possibilità esistenziale. Per non fare la fine di Icaro che, preso dall’entusiasmo, si è avvicinato al sole ed ha “giustamente” pagato con la vita. Il messaggio appare dunque chiaro: mai osare, altrimenti ci saranno conseguenze.

A mio avviso c’è poi una colpevolizzazione persino peggiore:


· Perché se gli fai credere che ci stai e poi all’ultimo ti sottrai…

· Perché se invece di denunciare e di fare l’eroe, ti fossi fatto i fatti tuoi…


Qui la colpevolizzazione è ancora più meschina, poiché l’attribuzione della responsabilità alla vittima è come se attenuasse, almeno in parte, quella del carnefice. Infatti:


· Se non ti fossi messa prima a fare la maliziosa con lui, di certo non gli sarebbero venute strane idee per la testa…

· Se tu non ti mettevi contro di loro, questi mica ti avrebbero dato fastidio…


Se negli esempi di prima la punizione che riceviamo per la nostra sfrontatezza è quasi divina, un peccato di hybris dal quale non possiamo che aspettarci un naturale castigo, qui è semplicemente…umana. Non è la sorte a punirci ma un nostro simile. Il messaggio che vuole darci chi ci colpevolizza è palese: il Male esiste ma affinché si realizzi è necessaria la complicità, o corresponsabilità, di chi lo provoca. Se il Male agisce come tale solo perché è stato provocato, allora il Male non è poi così Male. E se il Bene provoca…beh allora non è poi così Bene!


C’è poi una terza forma di colpevolizzazione (ma sono sicuramente molte di più). Personalmente la ritengo tra le più subdole e, come psicologo, la incontro di frequente nelle famiglie disfunzionali.


· Hai visto che è andata come ti avevo detto io?


In questa affermazione c’è tutto il godimento tronfio di chi finalmente ha avuto la propria rivincita. Non hai fatto come ti ho detto? Non ti sei fatto controllare da me? Ebbene, il tuo essere libero dai miei consigli è stato finalmente punito: te la sei proprio cercata! Anche in questo caso il presupposto è chiaro: la disobbedienza al Padre o alla regola è una colpa inaccettabile. L’affermazione di sé non può che condurre alla rovina e quindi, cara pecorella smarrita, ritornerai all’ovile.


Pur ritenendo certe condotte sconvenienti, troppo rischiose o persino da evitare, come psicologi non possiamo colludere con questi meccanismi colpevolizzanti e manipolatori. Spesso lavoriamo coi nostri pazienti sull’autocontrollo, la moderazione, li aiutiamo a respirare per sentire nel corpo le loro scelte invece che agirle in balìa di emozioni soverchianti. Talvolta costruiamo con loro un adattamento sociale che contempli anche quella giusta dose di furbizia necessaria per sopravvivere nel mondo. Eppure non possiamo esimerci dal considerare anche l’accettazione del rischio, la ribellione a un ordine precostituito e l’affermazione di sé come esperienze non intrinsecamente “colpevoli” ma innanzi tutto legittime, se non addirittura evolutive per se stessi o per l’umanità.


Rosa Parks, nel lontano (ma non troppo) ’55, si rifiutò di cedere il posto sull’autobus ad un bianco nel Sudafrica dell’apartheid e fu immediatamente incarcerata. Anche lei se l’era proprio cercata. Il resto, come sappiamo, è Storia.

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