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  • Matteo Limiti

NON CI CREDO!

Aggiornamento: 29 nov 2022

La psicologia è una professione regolamentata in Italia 33 anni fa. Prima del 1989 le cose non erano così definite e, come mi raccontò un canuto psicoanalista milanese, non era infrequente che alcune fattucchiere di Brera, a Milano, si fregiassero del titolo di “psicologhe”. Erano anni nei quali non avevamo ancora un Codice Deontologico né un Ordine che tutelasse psicologi e utenti.


Disciplina di antiche e nobili origini, la psicologia si trova però all’inizio del suo compimento professionale. La sua affermazione, sdoganata di recente anche da personaggi pubblici e incentivi economici ad hoc, crea però ancora un po’ di diffidenza soprattutto in quelle generazioni per le quali “i panni sporchi si lavano in famiglia” oppure vicine ad una visione prettamente materialistica della vita che non dà alcun credito alle “cose dell’anima”.

Ma certamente la sua giovane età non è l’unico motivo di tale ambivalenza, che contrappone in modo talvolta fideistico fautori e diffidenti. E allora come mai c’è ancora chi dice di non crederci? Insomma, nessuno si sognerebbe mai di dubitare della matematica o della fisica, di mettere in dubbio la forza di gravità o il teorema di Pitagora… Perché la psicologia non gode allora dello stesso rispetto?



Professione composita e pluralista per metodi, utenze trattate e contesti di lavoro, la psicologia è una scienza conosciuta al grande pubblico per lo più nella sua veste…clinica. Come noto, in questa branca della psicologia l’enfasi è più sulla comprensione del paziente e della sua storia, dei suoi vissuti e della sua soggettività, non sulla dimostrazione empirica e sperimentale. In psicologia clinica, infatti, si usano più spesso altri disegni di ricerca, diversi da quello sperimentale, difficilmente impiegabile per evidenti problemi pratici ed etici. Insomma, la dimensione umanistica della psicologia clinica - che non è affatto un suo limite ma una peculiarità da preservare trattando un oggetto così complesso, come l’uomo - è ciò che la rende spesso oggetto di pareri discordanti. Se un percorso psicologico ha funzionato, infatti, è innanzi tutto il paziente che lo sente e lo comunica, è la sua narrazione in prima persona quella che conta. Certo, potremmo anche somministrare un test all’inizio del percorso e poi alla fine per misurare in modo oggettivo l’eventuale cambiamento avvenuto ma, a meno che non si stia facendo ricerca o che per qualche ragione ci sia bisogno di un dato quantitativo, non è quello che interessa al paziente e allo psicologo. Se una persona non sente che i colloqui clinici gli sono serviti potrebbe anche prendere atto che i punteggi del test sono variati in positivo, eppure ciò la lascerebbe del tutto indifferente. Se siamo lì, col nostro paziente, è la prospettiva in prima persona il nostro focus. Sono, cioè, paziente e psicologo a dare un senso al percorso svolto, a decidere se è concluso oppure no, a valutarne gli esiti o a ipotizzarne le traiettorie future. Il fatto che il lavoro clinico possa già in qualche modo valutare se stesso (seppur, come abbiamo visto, ciò non escluda anche una misurazione in terza persona) fa storcere il naso ai fautori delle "scienze dure" e dell’obiettività a tutti i costi. Eppure se il rischio di una valutazione dall’interno può essere quello dell’autoreferenzialità, dell’impossibilità di leggere con distacco un’esperienza nella quale si è coinvolti (ecco perché ci sono anche le supervisioni…), una valutazione esterna – perdendosi proprio la dimensione soggettiva – sarebbe a sua volta altrettanto parziale. Proprio per questo la clinica oggi le prevede entrambe, a seconda degli obiettivi che intendiamo perseguire.


La giovane età della nostra professione e la sua veste metodologica sono solo alcune delle ragioni che contribuiscono oggi a rendere la psicologia (in parte) ancora una questione di fede. Non dimentichiamoci poi che il nostro oggetto di studio - mente, emozioni, pensieri, relazioni, ecc. – qualcosa, insomma, che, pur avendo anche un retroterra materiale, mantiene altresì un che di intangibile, non sempre viene pienamente riconosciuto da chi preferisce leggere il dualismo mente-corpo in termini riduzionistici oppure anche solo da quelle persone che, per forma mentis, faticano a parlare di stati d’animo o di ciò che non è immediatamente visibile necessitando di un approccio alla vita iper-concreto, basato sui dati, misurabile. Ricordo ancora la fatica a raccontare come funziona la psicoterapia ad un giovane paziente molto razionale che, dal canto suo, si aspettava che gli spiegassi con un’equazione algebrica perfettamente lineare il processo clinico che saremmo andati a costruire prevedendo nei minimi dettagli tempi, contenuti dei singoli incontri ed esiti…


Credo infine che, come psicologi, dovremmo imparare a difendere di più la nostra disciplina (non in modo partigiano bensì critico e informato), il suo statuto scientifico (non ci sono mica sono le scienze “hard”…), così come la sua sensibilità umanistica (mi riferisco qui primariamente alla clinica) che la rende adatta a cogliere quelle pieghe dell’anima che nessun approccio oggettivo potrebbe mai avvicinare.

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