• Matteo Limiti

LO PSICOLOGO CHE SVELA...SE STESSO

Il tema della self-disclosure del terapeuta è da sempre alquanto dibattuto. Una volta, quando l’analista era considerato mero “specchio” che rifletteva, senza interferenza alcuna, ciò che il paziente gli mostrava, non c’era spazio per la soggettività del clinico e per la sua “reazione chimica” con quella del paziente.

Avviandosi gradualmente verso i concetti di diade, relazione, intersoggettività, è diventato sempre più evidente che nella stanza di terapia c’è anche il terapeuta, come professionista e persona, capace di costruire insieme al proprio paziente un’atmosfera peculiare. Da modelli più asettici e neutrali ci si è dunque spostati verso visioni della terapia che prevedessero un coinvolgimento da parte del terapeuta: la soggettività del clinico, prima negata o comunque sia severamente controllata, diventa allora un prezioso strumento di cura.

In passato, quando ancora mancavano linee guida professionali ed esperienze pregresse alle quali rifarsi, questo coinvolgimento è stato talvolta travisato e portato sino a conseguenze poco edificanti. Oggi invece sappiamo che la relazione paziente-terapeuta ha regole ben precise, una parità sul piano personale ma un’asimmetria di ruoli, e che non è affatto sovrapponibile ad un rapporto altro, ad esempio di amicizia (leggi in proposito questo articolo).



Eppure in tutte le terapie escono sempre, più o meno volontariamente, aspetti personali che riguardano il clinico e la sua vita privata. Dal quotidiano dimenticato sulla scrivania, che può suggerire appartenenze politiche e ideologiche, sino ad un’innocentissima frase, come “Settimana prossima andiamo in vacanza anche noi” che rivela al paziente che il suo terapeuta non è solo ma ha probabilmente una famiglia o quanto meno un partner. Anche questi micro-disvelamenti accidentali hanno sempre conseguenze sul paziente, che dovremmo quindi valutare attentamente.

E allora come dovrebbe comportarsi lo psicologo in questi casi? E’ opportuno controllare con cura che queste informazioni personali rimangano tali oppure sarebbe meglio farle emergere volontariamente? Ovviamente la risposta è difficile possa essere univoca poiché dipende anche da quel terapeuta, da quel paziente e dalla loro relazione nonché dal momento che la terapia sta attraversando. Vediamo però alcune considerazioni generali:


- L’apertura di sé, in terapia, non è mai irrilevante anche quando riguarda episodi apparentemente banali. Se è il terapeuta a farla di sua spontanea volontà, dovrebbe prima chiedersi: in che modo questo racconto personale risponde ad un bisogno del paziente o della mia terapia con lui? La mia rivelazione può assumere quindi una finalità terapeutica? Lo psicologo infatti non deve parlare di sé per autocentratura (per i suoi bisogni squisitamente personali, infatti, c’è anche per lui la possibilità della terapia) né perché obbligato a farlo (in seduta c’è appunto un’asimmetria di ruoli: non è come quando si è al bar con un amico che, se questi ti racconta le sue vacanze, la prassi solitamente vuole che poi tu gli racconti le tue). Se lo psicologo rivela di sé, allora, lo fa sempre per sbloccare un’impasse relazionale con il suo paziente o per aprire nuove possibilità terapeutiche.


- E se invece è il paziente a chiederci qualcosa di noi? Beh lì è più difficile, potremmo essere colti di sorpresa. Eppure non dimentichiamoci che il nostro ruolo ci obbliga a dare una risposta terapeutica che non dev’essere necessariamente esaustiva di ciò che il paziente ci chiede. “Dottore, lei è fidanzato?” Oppure “Ma, mi tolga una curiosità, una canna se l’è mai fatta?”. In questi casi lo psicologo, prima di decidere come rispondere, dovrebbe cogliere l’intenzionalità alla base di queste domande. Che cosa sento quando il paziente mi chiede questo? – pensando poi ad una risposta che sia davvero terapeutica.

Il paziente che mi chiede se mi sia mai fatto una canna potrebbe farlo per minimizzare la sua dipendenza da cannabis, sottintendendo qualcosa del tipo “Ma sì, una canna se la sono fatta tutti, secondo me se l’è fatta anche lei”. Potremmo a quel punto rispondergli che al momento non è importante sapere se ci siamo fatti o meno una canna ma concentrarci invece sul suo problema di tossicodipendenza, per il quale si è rivolto a noi, che appare effettivamente serio e come tale va quindi affrontato. Attenzione, in questo caso quella del terapeuta non è una risposta evasiva o poco sincera: nell’esempio in questione, infatti, rispondere alla domanda esplicita non servirebbe a nulla ma avvallerebbe invece la modalità disimpegnata mostrata dal paziente. La stessa domanda, con un’altra persona, prefigurerebbe magari uno scenario opposto. Chiedere al terapeuta se si è mai fumato una canna potrebbe nascere da un senso di giudizio o di inadeguatezza che il paziente percepisce. Qui ci troveremmo di fronte ad un caso molto diverso da quello precedente: il paziente che vive con eccessivo peso il suo problema, con la sensazione di aver profondamente deluso se stesso e gli altri e la paura di non avere più alternative. E’ come se chiedesse al suo terapeuta conferma del fatto che questi inciampi possono capitare ma che ci si può rialzare. Cerca un esempio tangibile al quale aggrapparsi e, altresì, la speranza che trovando nel terapeuta un’esperienza simile alla sua si possa sentire finalmente compreso e non giudicato. In questo frangente la risposta dello psicologo dovrebbe essere più accogliente di quella sopra ed in contatto con una fragilità e una sofferenza che è opportuno riconoscere e provare ad alleviare. Personalmente ritengo che questo sia un caso nel quale il terapeuta, se se la sente e lo ritiene opportuno, potrebbe provare ad essere sincero fino in fondo senza sfuggire a quest’occasione di maggior intimità col proprio paziente.


In conclusione, non ci sono quindi regole universali che riguardano la self-disclosure dello psicologo che dovrebbe essere attentamente considerata in ogni situazione. In termini generali possiamo tuttavia affermare che non è qualcosa da evitare, quando ha una finalità terapeutica, ma nemmeno da cercare a tutti i costi con il rischio di presentare se stessi al paziente in modo sin troppo pedagogico, come un modello da seguire (non siamo coach o influencer, siamo psicologi…) o, peggio ancora, di rispondere ad un bisogno di protagonismo del terapeuta. Anche le rivelazioni accidentali andrebbero naturalmente controllate, avendo cura di valutare attentamente che cosa lasciar trapelare della propria vita privata. Infine non dimentichiamoci che, nei tempi odierni, dove tutti (o quasi) siamo presenti online e su social di ogni tipo, il tema della rivelazione, più o meno causale, della vita privata del terapeuta dovrebbe essere attentamente considerato anche su questo fronte.

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