• Matteo Limiti

UNO PSICOLOGO-AMICO? MEGLIO DI NO!

Capita spesso a chi fa lo psicologo che una persona molto stretta, magari anche un amico, chieda di essere seguita da lui. La domanda è solitamente innocente, talvolta fatta con un misto di imbarazzo e di prudente curiosità e, comunque sia, più che mai comprensibile e meritevole di risposta: ti conosco e tu altrettanto, ti stimo e mi fido…chi meglio di te, insomma, potrebbe aiutarmi a risolvere i miei problemi? Se avessi un amico avvocato oppure medico o ancora commercialista, infatti, con buona probabilità mi affiderei proprio a loro in caso di necessità…


Di solito, come psicologi, in questi frangenti mettiamo subito le cose in chiaro. Rispondiamo cioè che purtroppo non è possibile, esplicitando che la fattispecie è altresì vietata dal Codice Deontologico. L’articolo 28, infatti, prescrive proprio la necessità di evitare commistioni tra attività professionale e vita privata che possano interferire con il ruolo dello psicologo. Generalmente questo assunto viene comunicato all’amico come un responso oracolare, il quale non può far altro che accettarlo senza tuttavia comprenderne, nella maggior parte dei casi, il significato più profondo. In questo articolo voglio allora provare a spiegarvi nel modo più concreto possibile come mai è bene tenere questa “distanza di sicurezza” nel nostro lavoro.



Immaginate ad esempio che il vostro psicologo sia anche il vostro migliore amico. Di fronte alle vostre lamentele sulla vostra partner, che lui conosce bene, potrebbe facilmente obiettare che l’altra sera non è andata come raccontate voi. Oppure, se riuscisse a scindere bene i due ruoli (amico e psicologo) magari si tratterrebbe anche dal commentare quando è in seduta con voi eppure, dal canto vostro, conoscendolo altrettanto bene, potreste facilmente immaginare che cosa pensa ed essere quindi prevenuti all’idea di raccontargli liberamente... Caso vuole che la vostra partner sia anche una sua cara amica e, quindi, iniziate a pensare che il vostro psicologo non stia troppo dalla vostra parte… Se poi l’amico-psicologo non è uno che sa tenersi le cose per sé (come biasimarlo, gestire un simile intreccio di ruoli e relazioni in questo caso sarebbe davvero complesso!), potrebbe finire per violare il segreto professionale raccontando alla vostra partner, nonché sua amica, che state seriamente pensando di lasciarla… Ed ecco arrivarvi improvvisamente una chiamata dalla vostra lei, arrabbiata per ciò che è venuta a sapere. Vi trovereste improvvisamente nel bel mezzo di una crisi di coppia traditi dal vostro amic…ehm psic…insomma, da entrambi!


Questo esempio, di fantasia ma anche plausibile, spero chiarisca il motivo per cui è bene che lo psicologo non sia qualcuno che appartenga alla nostra cerchia di amicizie, relazioni o frequentazioni. E’ vero, il fatto che una persona ci conosca bene e abbia modo di osservarci in tanti momenti e situazioni può essere indubbiamente utile (ecco perché Henry Dicks, psichiatra inglese, diceva che la coppia può rappresentare una “relazione terapeutica naturale”. Chi meglio di lui/lei può darci spunti e occasioni per crescere e migliorarci quotidianamente?) ma, nel caso dello psicologo, una vicinanza eccessiva al nostro mondo potrebbe facilmente creare le complicanze di cui sopra… Ma allora, si potrebbe obiettare, se lo psicologo non ci conosce bene noi potremmo tranquillamente raccontargli bugie? Magari anche senza malizia ma gli porteremmo una versione della realtà molto diversa da quella che racconterebbe qualcun altro al nostro posto. E’ vero, può capitare. Potreste dire al vostro psicologo che quel litigio non siete stati voi ad iniziarlo ed invece è andata esattamente al contrario. Chiarire questo tema è davvero importante perché ci permette di far luce su quale sia davvero il ruolo dello psicologo: ovvero un professionista che si concentra sui vissuti e non tanto sui fatti “nudi e crudi”, sulla verità soggettiva (“in quel litigio mi sono sentito vittima”) più che sui dati oggettivi (“invitiamo qua tutti i testimoni presenti perché dobbiamo capire come sono andate le cose e chi ha iniziato per primo”), insomma su ciò che il paziente vuole/è in grado di raccontare perché è solamente con questo che possiamo lavorare. Fatte queste premesse, è indubbio che anche il vostro psicologo, imparando a conoscervi nel tempo, vi aiuterà a costruire diverse narrazioni e magari a mettere in dubbio l’immagine che avete di voi stessi. Ad esempio, un giorno potrebbe dirvi: “Mi racconta sempre storie in cui è vittima delle ingiustizie altrui. Come mai secondo lei queste vicende si ripetono così spesso?” Anche in una relazione clinica è fondamentale che si cresca, per cui il vostro psicologo non confermerà sempre la vostra versione dei fatti ma cercherà di andare insieme a voi verso nuove letture e soluzioni. Naturalmente conoscerà il timing corretto, affinché questi interventi non ingenerino chiusura o un vissuto di incomprensione ma aprano scenari nuovi di vita e di relazione (in seduta e fuori da essa).


Spero infine di avervi convinto che le amicizie, così come tutte le relazioni importanti della nostra vita, possono rappresentare una grande opportunità di crescita ma non sono in alcun modo sovrapponibili ad una relazione clinica. La stanza dello psicologo, infatti, è proprio quello spazio sicuro al riparo da pre-concetti, critiche o giudizi, rischi di tradimento o quant’altro impedirebbe quell’apertura così piena e autentica che in nessun altro luogo potrete mai realizzare.

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