• Matteo Limiti

L'ASCOLTO DELLO PSICOLOGO

Troppo spesso la professione dello psicologo viene banalizzata e ridotta a generico ascolto – in quanto tale facilmente replicabile da altri abili ascoltatori (magari più economici), come ad esempio gli amici. Oltre al fatto che nel nostro lavoro non ci limitiamo ad ascoltare, probabilmente non tutti sanno che quello psicologico non è equiparabile a nessun altro tipo di ascolto. Ha infatti una sua specificità, non certo improvvisata, bensì frutto di una lunga preparazione personale e professionale.

Potremmo iniziare questo articolo affermando allora che ascoltare non equivale a sentire. Il primo implica infatti una volontarietà che l’atto del sentire, quasi incidentale, solitamente non prevede. Potremmo poi proseguire dicendo che l’ascolto non è prerogativa dello psicologo. C’è quello dell’assistente sociale, dell’educatore e persino del parrucchiere. C’è l’ascolto dell’amico, con il quale ci si sfoga, o del medico di base al quale raccontiamo i nostri sintomi. Insomma, come psicologi non ne abbiamo certo il monopolio eppure il nostro ascolto è diverso da tutti gli altri e si chiama appunto ascolto psicologico. Senza pretesa di esaustività, ho perciò provato ad elencare di seguito alcune caratteristiche che lo contraddistinguono e lo rendono peculiare.



- L’ascolto psicologico è innanzi tutto un ascolto non giudicante. Facile a dirsi, meno a farsi. Anche lo psicologo infatti ha la sua ideologia e i suoi valori, che spesso possono essere diversi da quelli dei propri pazienti. Sviluppare una capacità di ascolto non giudicante richiede perciò un grande lavoro su se stessi, che implica anche l’accettazione e l’indulgenza verso le parti di noi che più giudichiamo o fatichiamo a tollerare. Non basta che lo psicologo non esprima il giudizio, se il giudizio si è comunque impossessato del tono della sua voce o della sua espressione francamente contrariata. Sviluppare una capacità di ascolto non giudicante significa allora riuscire a mettere, per tutto il tempo della seduta, la propria ideologia in soffitta concentrandosi sul paziente e su ciò che possiamo fare per lui. Il giudizio può certamente emergere di tanto in tanto ma è importante che lo psicologo sappia arginarlo e trasformarlo in qualcosa che gli permetta di lavorare. Al di là di ciò che lo differenzia dal paziente è fondamentale infatti che trovi con lui un terreno comune, una base condivisa per raggiungere insieme gli obiettivi concordati. Se non riesce a parteggiare per il suo paziente e a volere in qualche modo il suo bene ma è accecato dal giudizio, come potrebbe aiutarlo veramente?


- E’ un ascolto attivo, che richiede cioè attenzione e presenza. Ma non è nemmeno eccessivamente attivo poiché non interrompe sempre l’interlocutore né si mostra oltremodo direttivo. Rappresenta quella giusta misura mai facile da trovare né valida per ogni situazione. Ci sono infatti pazienti che hanno bisogno di essere ascoltati a lungo, in silenzio e con attenzione… Altri che invece necessitano di sentire anche la nostra voce, di avere conferma che ci siamo e li stiamo seguendo, di essere guidati con domande e interventi… E’ l’esperienza clinica che ci orienta allora nella scelta di essere più attivi oppure di stare in una posizione più defilata. Se la modalità giusta è sempre diversa da una situazione all’altra, vuol dire che l’ascolto psicologico è anche un ascolto empatico. Che si costruisce, cioè, mettendosi nei panni di quello specifico paziente e cercando di capire ciò di cui ha veramente bisogno.


- E’ un ascolto che va oltre le parole. Il che non vuole dire interpretare bensì cogliere tutta la dimensione emotiva e relazionale che la parola porta con sé. Oltre, naturalmente, alla sua intenzionalità. Il paziente che dice allo psicologo “La vedo bene oggi” può voler mostrarsi gentile con lui oppure, al contrario, esprimere un vissuto di invidia. Ecco perché, come diceva Carl Rogers, “ascoltare vuol dire capire ciò che l’altro non dice”.


- E’ un ascolto autentico. L’unico in grado di sortire un effetto nella persona ascoltata poiché mosso da un interesse e un coinvolgimento sinceri da parte dello psicologo. Il disinteresse, anche se celato, rischia sempre di passare, non crea sintonia né vibrazioni comuni che possano porre le basi per un’esperienza trasformativa. Più che una tecnica che si applica è quindi un’attitudine personale che bisogna raggiungere e padroneggiare nel tempo. Richiede sforzo ma anche naturalezza, un ascolto forzato apparirebbe infatti troppo artificiale. Naturalmente nemmeno noi psicologi possiamo sempre ascoltare con il massimo dell’intensità e del coinvolgimento, eppure quando ciò non avviene dovremmo certamente chiederci: Come facciamo ad appassionarci veramente al nostro paziente e alla sua storia? Che cosa ci sta impedendo ora di farlo?


- E’ un ascolto integrato. Che mette cioè insieme le parole (il contenuto) ma anche il tono emotivo, che parte dall’udito ma passa poi per l’osservazione del non-verbale, che coglie l’intenzionalità relazionale e tanti altri elementi peculiari… Tutto questo “materiale” raccolto si intreccia poi anche con l’essere, il sentire ed il pensare dello psicologo, come persona e professionista, che non è una “tabula rasa” ma può, ad esempio, lasciarsi interessare o emozionare da qualcosa che ascolta in seduta.


- Il risultato finale di questo processo…è la comprensione. Come dire, l’unico vero motivo per il quale si ascolta è comprendere. Non si ascolta per potersi poi guadagnare il diritto di replica né, tanto meno, per trovare un modo più convincente per controbattere. Non si ascolta per cambiare l’altro, altrimenti avremmo già un fine successivo. A volte, soprattutto quando uno psicologo è agli inizi, può capitare che si senta investito dalla responsabilità di trovare subito una soluzione al problema che la persona porta. Ma talvolta il paziente non vuole il rimedio bensì beneficiare del potere curativo dell’ascolto. Spesso infatti abbiamo a che fare con persone che mai, nella loro vita, hanno vissuto l’esperienza di essere pienamente ascoltati. E questo dunque è ciò che più desiderano nel momento in cui si rivolgono a noi.


- Così facendo si costruisce la relazione. Se io ti ascolto e ti comprendo, e risuono di quello che dici, tu poi risuoni del mio risuonare. Per dirla in modo più semplice: se il paziente sente che lo psicologo lo comprende, probabilmente ciò lo renderà più fiducioso e libero di raccontarsi. Questa circolarità di rinforzi positivi permetterà alla diade paziente-psicologo di costruire una buona alleanza terapeutica, funzionale agli obiettivi concordati.


Queste sono solo alcune delle innumerevoli caratteristiche che definiscono l’ascolto psicologico. Le ho indicate pensando al contesto clinico ma, con i dovuti aggiustamenti, possono essere ripensate anche per altri ambiti di lavoro dello psicologo. Spero di aver reso l’idea di come l’ascolto psicologico sia un processo complesso e multidimensionale, che richiede preparazione teorica ed esperienziale, lavoro su di sé e costante supervisione. Una competenza che non può essere svolta da nessun altro, per quanto preparato, poiché costituisce un elemento fondante dell’identità professionale dello psicologo.

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